La Storia di Josè

C’ERA UNA VOLTA…

E’ un soleggiato mattino di luglio del 2019, e nella sede dell’Associazione Sjamo di Albenga viene recapitata una lettera contenente tre fotografie, ritraenti il tipico scenario di una festa di compleanno per bambini: al centro dell’obbiettivo sette fiammelle accese sopra una torta di frutta, così grande da sovrastare il volto sorridente del festeggiato, subito riconosciuto dagli operatori presenti che, appena tre anni prima, avevano visionato le fotografie dello stesso bimbo, di poco più piccolo ma il cui sguardo tradiva emozioni ben diverse da quelle che si riescono a scorgere oggi.

I grandi occhi di Josè, nel giorno del suo settimo compleanno, luccicano di gioia accanto alle figure della mamma e del papà italiani che lo hanno adottato due anni fa’, quasi del tutto liberi dalle ombre che offuscavano il suo sguardo nelle fotografie della prima infanzia, e che prendevano forma tra le pagine, intessute di maltrattamenti e miseria, delle relazioni istituzionali in cui si riassume la storia dei suoi primi anni di vita.

E’ una storia triste e violenta, il cui racconto ha inizio un giorno di primavera del 2013, a meno di un anno dalla nascita di Josè, in una regione agricola della Colombia, quando una giovane donna si reca nell’ufficio territoriale della Polizia per l’Infanzia e denuncia, in qualità di vicina di casa, la terribile situazione del bimbo che vive a pochi metri dalla sua abitazione: un bambino di appena 9 mesi, ancora incapace di muovere i primi passi a quattro zampe, con il viso spesso martoriato dalle percosse, ed esposto al continuo maltrattamento fisico e psicologico da parte di un ipotetico padre e della sua compagna. Un bambino trascurato ogni sera fino a notte fonda, al quale si  somministrano abitualmente gocce di valeriana – o ansiolitici – per mantenerlo sedato tutto il giorno.

Le indagini successivamente effettuate dalla Polizia per l’Infanzia, oltre a confermare la denuncia, faranno emergere una disarmante sequenza di ricoveri ospedalieri dovuti alle condizioni di estrema incuria, malnutrizione, sporcizia, abbandono, ed esposizione continua ai batteri in cui il piccolo Josè è confinato dal giorno della sua nascita.

Interrogato dagli agenti di Polizia e dai Servizi Sociali, il papà di Josè non tenta minimamente di dissimulare tutta la propria incapacità di cura e il proprio disinteresse nei confronti di quel suo figlio poco più che neonato, per il quale chiede che possa esser dato in adozione il prima possibile.

E’ lo stesso papà di Jose ha raccontare che, dopo aver abbandonato il figlio neonato a due mesi dal parto, la sua mamma naturale è sparita dalle loro vite senza preavviso, rendendosi del tutto introvabile e lasciandolo, solo, alle prese con un bambino bisognoso di cure e sostentamento.

Il papà di Josè è privo di occupazione da un tempo indefinito e pronto a rilasciare una dichiarazione che non lascia dubbi:

 “Ho preso la decisione di non vedere mio figlio subire la fame, a volte non ho niente da mangiare per me e per lui, non posso acquistare cibo né pannolini, non sono in grado di  lavorare, ho cercato la sua mamma per più di sei mesi ma non riesco a trovarla: con lei soltanto è stata una notte fugace dettata dall’alcool, e quando, tempo dopo lei mi cercò per dirmi che era incinta,  abbiamo deciso di convivere, ma dopo due mesi dalla nascita di Josè, lei è sparita nel nulla e si è resa introvabile.

E’ una storia in ostaggio della miseria e del disamore quella che scandisce i primi anni del piccolo Josè, il quale viene allontanato dalla casa paterna e collocato prima in un Istituto per minori e poi presso una famiglia affidataria.

Le carenze affettive, i maltrattamenti e le molte privazioni fisiche patite sono certamente all’origine della diagnosi psichiatrica, rilasciata nell’anno 2015, di disturbo dello sviluppo, del comportamento con sintomi di deficit di attenzione e iperattività, e del linguaggio.

Tra il 2016 e il 2017 il Servizio Istituzionale psichiatrico colombiano inserisce il piccolo Josè in un programma clinico-riabilitativoo che prevede, insieme all’intervento psicoterapeutico, la somministrazione di psicofarmaci, nonostante la tenera età del bimbo e la naturale sensibilità alle sostanze farmacologiche.

Ma è soltanto al principio dell’anno 2018, quando il piccolo José viene per la prima volta accolto nell’abbraccio inaspettato, accogliente e rassicurante di Mamma Gemma e di Papà Matteo, reduci da loro lunga attesa pre – adottiva, che il suo stato comincia a volgersi verso una condizione futura di benessere e benevolenza.

Pochi mesi fa’ Josè ha festeggiato il suo secondo compleanno italiano, circondato dall’amore della famiglia che sorride accanto a lui nelle fotografie, eppure il suo sguardo sembra aver attraversato secoli di distanza dalle ombre che lo avevano offuscato per i suoi primi cinque anni di vita.

…E VISSERO TUTTI FELICI E CONTENTI

La storia di Alice

Tra le tante storie che vorremmo condividere con i nostri associati e visitatori, quella di Alice emana una forza a nostro parere unica, densa di tutti gli elementi che gravitano intorno ad uno dei costrutti più menzionati in ambito psicologico e sociale: la resilienza.

Alice nasce in Colombia sul finire del piovoso mese di ottobre, in uno dei tanti quartieri metropolitani densamente popolati della capitale, figlia di una giovane donna stremata dalle ristrettezze e dalla solitudine, priva di quel genere di legami o eredità affettive che in molti casi compensano la mancanza di risorse economiche, e consapevole di avere un margine di scelta assai limitato:  senza alcuna fonte di reddito né una rete familiare che possa supportarla, la mamma di Alice è costretta a separarsi da lei molto presto.

A pochi giorni di vita, Alice viene accolta in casa di una conoscente, la cui quotidianità è scandita da lavori duri e precari, e dagli impegni con i suoi figli naturali, i quali non mancano di mostrare il loro entusiasmo alla vista della piccola Alice, pur non riuscendo mai a percepire la sua presenza in un senso realmente “familiare”.

Alice trascorrerà i suoi primi sei anni nei panni poco confortevoli di una piccola ospite, non sempre desiderata, in casa altrui. La signora che l’ha accolta, ricevendola “in dono” dalla madre biologica, si rivela  dura e irascibile, forse più interessata ad allevare una futura badante, per sé e per i propri figli naturali, che ad accudire una bimba.

Sarà lei stessa, con la trasparenza disarmante tipica della sua piccola età, interrogata dalla Polizia per l’Infanzia durante un sopraluogo nell’insalubre ambiente domestico all’interno del quale Alice veniva quotidianamente rinchiusa a chiave, quando i “familiari” ospitanti uscivano, a riferire: “se faccio qualcosa di sbagliato mi picchiano col bastone”.

Il termine resilienza, coniato nell’ambito della scienza dei materiali per indicare la capacità di un materiale di assorbire un urto senza rompersi, ed ereditato dalla scienza psicologica per descrivere la facoltà di un individuo di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà, sembra manifestarsi nelle reazioni e nei comportamenti della piccola Alice in una modalità sorprendente, con la quale sarà in grado di affrontare le svolte e gli ostacoli che ancora la attendono.

Trasferita per necessità tra le mura di un Istituto minorile, Alice entra in un programma di riabilitazione cognitiva e comportamentale, rispondendo ad ogni intervento con entusiasmo e tenacia, ed esprimendo sin dal principio una volontà ferrea di elaborare positivamente ogni traccia delle difficoltà affrontate nella prima infanzia.

Tuttavia, la vita in Istituto è difficile per una bimba come Alice, fin troppo consapevole di non poter colmare il suo crescente bisogno di affetto, che nulla ha a che vedere con l’attenzione educativa che le viene somministrata.
E’ una bella bambina, Alice, solare e attraente al punto da destare le attenzioni di un inserviente, sollevando in istituto qualche allarmismo circa un presunto abuso che potrebbe aver subito ma che, quantomeno, sembra averle risparmiato cicatrici sul suo piccolo corpo.

Finalmente inserita nel programma di Adozioni Internazionali, all’età di 10 anni, Alice ha potuto realizzare il suo sogno di avere una famiglia e ricevere tutto quello che, da sempre, le era stato precluso. Da pochi mesi Alice vive in Italia, insieme alla sua nuova e definitiva famiglia, la quale ha saputo attenderla, desiderarla e infine accoglierla con una miscela di trepidazione, fiducia e gioia, per sostenere i suoi primi passi nella nuova vita.